Si parla di immigrazione, della recentissima tragedia del mare, e a
pagina 3 del Corriere della Sera di ieri il giornalista Felice Cavallaro non poteva descrivere una situazione migliore per dire quanto è ineludibile procedere
alla smilitarizzazione della guardia di finanza, ad un comparto sicurezza completamente civilizzato, ad un'unica forza di polizia civile e democratica:
"Un bilancio ed un vocio assordante quello che rimbalza anche tra le fonti accreditate. Perchè su quei barconi potrebbero esserci aventi diritto all'asilo politico, donne incinte, persone
malate. Tutto ignorato. Ed è come se Lampedusa, dopo i fuochi e le rivolte invernali, fosse al centro di un'azione militare top secret. Con una partecipazione ai respingimenti le cui notizie non
arrivano ufficialmente alla cronaca. Spesso con il tormento interiore di graduati ed ufficiali lanciati di malavoglia e senza convinzione in blitz conclusi tra le lacrime, le preghiere e la
disperazione dei migranti. Forse si spiega anche così il riserbo assoluto dei vertici della Finanza che nemmeno per l'operazione di salvataggio di giovedì scorso hanno consentito un contatto
tra cronisti e comandante o finanzieri della 'Laganà ' la possente motovedetta attaccata al porto nuovo. Bocche cucite. Anche quelle del Comandante che giovedì si oppose all'ordine di fare
rotta verso Porto Empedocle, viste le condizioni dei cinque sopravvissuti."
Di seguito il testo integrale di un mio pensiero su i militari nelle cittĂ , la banalitĂ di un male che si ripropone....
"SICUREZZA, LEGALITA’ E GIUSTIZIA: PER UN DIBATTITO PIU’ PROFONDO."
Desidero entrare in punta dei piedi nel dibattito sulla cosiddetta sicurezza che si è intensificato anche da quando si è avviato l’impiego dei militari nelle strade cittadine.
Avrò bisogno, purtroppo, di spazio per non cadere nella – facile – tentazione di eludere le questioni di merito, rispondendo con aforismi ad aforismi, con semplificazioni a semplificazioni;
intervengo cioè alimentando la speranza di poter innestare un dialogo serio, profondo e senza banalità non basato solo sui numeri e sulle statistiche.
Qui non si tratta di polemizzare, quindi, con taluno o talaltro ma, semmai, di tentare rendere parola ad alcuni principi apparentemente dimenticati proprio nella canea delle dichiarazioni
quotidiane.
Perché ho parlato di “cosiddetta sicurezza” ? Perché credo, fermamente, che essa in quanto tale non è da considerarsi un paradigma assoluto e, stante, la sua mancata previsione nella parte prima
della nostra Costituzione non rappresenta altro, in un determinato momento storico, che il grado di fruizione dei diritti di libertà individuali, questi sì costituzionalmente sanciti e regolati,
da parte dei cittadini.
La prima - la sicurezza - è e deve rimanere necessariamente un mezzo pubblicamente organizzato - ma i secondi ne rappresentano il fine, fondamentale, attraverso il quale valutarne la
coerenza e la giustezza.
Perché c’è da ricordarlo: proprio l’inversione di questo rapporto - cioè quando il fine viene scambiato con il mezzo e la sicurezza diviene un paradigma comunicativo ed antropologico unico ed
ossessivo - si è palesata la premessa teorica e, poi, pratica delle esperienze illiberali e dittatoriali, di ogni colore, del secolo scorso.
Ecco perché accedo difficilmente a considerare le strategie sulla sicurezza senza pensarle, sempre, proiettate sullo sfondo della funzione storica ed ontologica della Legge e dei principi
costituzionali e cioè quella di costituire un baluardo nei confronti di chi, rappresentante dello Stato o cittadino, si trova ad esercitare un qualsivoglia potere di diritto o di fatto.
Non mi appare, solo, la questione di una statistica migliore o meno, che può accendere i riflettori e appassionare – come fu già negli anni settanta - sull’ordinamento, sull’organizzazione e
sulla vita della pubblica sicurezza (e dei suoi uomini e delle sue donne) e sul suo concorso alla complessa macchina volta, in definitiva - assieme ad altri - alla prevenzione di fatti
dannosi per la vita e la libertĂ dei cittadini e, di piĂą, la rieducazione del cittadino ritenuto colpevole.
Rifuggire ogni strategia polemica di tipo sostanzialista per andare verso il richiamo alla compattezza storica che dovrebbe riconoscersi al formalismo costituzionale non mi impedisce però di
sottolineare il rischio, se vogliamo banale ma sottile, che si insinua nell’enfatizzazione della “normalità ”, della quotidianità , apparentemente rassicurante, del militare – magari con sempre
maggiori responsabilità - che si occupa di “sicurezza interna”.
Qui non si tratta di criticare lo sforzo profuso in questi giorni da donne e uomini con le stellette ma cercare da una parte a difendere la professionalitĂ dei poliziotti preparati e formati per
un modello di sicurezza democratica e civile e, dall’altra, non smettere di rammentare come il male, la sua metamorfosi, come ci insegna Hannah Harendt, può essere anche banale così come la
damnatio memoriae a cui sembra essere condannato questo paese.
Proprio nel tragico e difficile periodo del terrorismo, infatti, si prese atto, in Parlamento e fuori da esso, che piccoli e grandi errori, piccoli e grandi scandali e violenze ed eccessi
all’interno dei corpi armati dello Stato, ad ordinamento militare, potevano essere vinti solo riformandoli.
Portare la democrazia - che la Costituzione repubblicana aveva portato nella nostra società – anche all’interno di questi corpi - attraverso la sindacalizzazione, la civilizzazione, la
possibilità di discutere all’interno a partire dall’ordine illegittimo o non eseguire quello manifestamente reato, la valorizzazione delle funzioni piuttosto che di una gerarchia sterile ed
autoreferenziale - che invece fino ad allora vivevano una vita separata e regolata da leggi e regolamenti di epoca monarchica o fascista e per lo più antecedenti all’entrata in vigore
del testo costituzionale, ha costituito per il legislatore di allora, seppur con un’opera che ritengo tuttora parziale ed oggi proprio perché parziale ci si accorge forse quanto controproducente,
il modo di consegnare all’Italia la professionalità di un sistema democratico che, proprio perché tale, fosse la proiezione anche interna del dialogo e del confronto civile (che nel lungo
periodo migliorano ed arricchiscono).
Maggiori diritti e libertà – e dunque il loro esercizio responsabile - ai lavoratori di polizia e la “rimozione” dei fattori di discriminazione e di emarginazione rispetto agli altri cittadini,
avrebbero costituito il concorso utile a sconfiggere il terrorismo e lo stato di emergenza che il terrorismo voleva imporre al paese con la forza – ordinaria – del diritto, della
Costituzione e della legalitĂ .
Così si arrivò alla riforma del 1981 che, però - a dirla tutta - sembra essere messa in discussione da più parti.
Oggi occorrerebbe, a parer mio, invece rilanciare quell’entusiasmo visionario: comprendere che certi fenomeni sociali, come quello immigratorio, hanno una dimensione epocale (in termini di
problemi ma anche opportunitĂ che pongono ad una societĂ ) e sono capaci di attraversare, drammaticamente come le cronache dal Mediterraneo di queste ore ci insegnano, i confini degli
Stati-Nazione, anche quando questi decidano di dotarsi delle leggi più dure e repressive, nonché abbisognano, per non cadere in una illusione nuovamente nazionalista, di una prospettiva
necessariamente federalista europea.
Quello splendido documento che è il Manifesto di Ventotene di Rossi, Spinelli e Colorni andrebbe oggi riletto: funzionerebbe da monito e contemporaneamente da sprone per noi tutti, per la classe
dirigente, per immaginare risposte istituzionali di respiro storico e non emergenzialista e scongiurare anche vecchi e nuovi riflessi corporativi, vecchi e nuovi complessi di difesa dal “nemico
che assedia i nostri confini”.
Inquadrare, in quest’ottica, la complicazione – non solo in termini di bilancio - rappresentata dalle 5 forze di polizia (di cui due ancora di rango militare), della babele delle polizie
municipali e provinciali, di quelle venatorie e di quelle a guardia dei parchi sarebbe il modo migliore per ragionare su quello che, nonostante i militari impiegati nelle cittĂ , significa in
Italia avere il più alto tasso di rapporto numerico tra rappresentanti dei “monopolisti dell’uso della forza” e cittadini.
Significherebbe traguardare complessivamente i problemi, sfidando anche apparenti impopolaritĂ , che, al di lĂ della buona volontĂ dei singoli che vi lavorano quotidianamente e spesso
in silenzio, affliggono e - non da ieri - anche la Giustizia ed l’Ordinamento Penitenziario (e cioè la garanzia che “il circuito della sicurezza” secondo Costituzione si compia con esito
positivo fino alla rieducazione dell’eventuale reo).
Significherebbe, ad esempio, scegliere se e come andare oltre il guado di una modesta e sciatta imitazione di un modello di “sicurezza partecipata” anglosassone (che nella sua versione originale
si alimenta di istanze spontanee provenienti dal basso) in un disegno ordinamentale, quello italiano, che resta invece formalmente centralista e napoleonico nonostante gli ormai contraddittori,
disomogenei e continui aggiustamenti normativi che i diversi “pacchetti sicurezza”, di ogni esecutivo, hanno aggiunto.
Insomma i temi civili, non approfonditi, anche dal dialogo piacentino di queste ore sono quelli di sempre, rimasti irrisolti dall’agenda setting parlamentare sin dalla Prima Repubblica: quelli
dell’unificazione delle forze di polizia nazionali in vista di una svolta federalista sia verso l’alto che verso il basso, dell’obbligatorietà dell’azione penale a fronte dei milioni di processi
pendenti e delle decine di migliaia di prescrizioni ogni anno, dell’eventuale riforma del diritto penale sostanziale verso uno di tipo minimo conoscibile e conosciuto, di quella
dell’ordinamento penitenziario e dei circuiti alternativi per le pene più lievi.
Commenti recenti