Giovedì 16 luglio 2009
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Scrivo proprio nelle ore in cui il Presidente della Repubblica ha esternato alcune delle sue perplessità in ordine alle norme approvate nel pacchetto sicurezza. Non sul merito che pure può (per
certi versi deve) essere discusso mi soffermerò, ma su un altro merito, più procedurale se si vuole.
Oggi si pone - in primis - una grande questione, prioritaria, questa sì che deve essere affrontata: quella della legalità e della democrazia (delle massime istituzioni e di quelli che un tempo si
sarebbero chiamati enti intermedi).
Il messaggio sulle riforme di estrema chiarezza quando arriva, arriva dalle periferie anche del sindacato (di polizia e non solo); poi si diluisce, si perde, si annacqua fino ad arrivare a
generici richiami (quando sono i vertici sindacali a maneggiare la materia).
Figurarsi parlare di lotte o di conquiste !
Così capita che tanto più si coltivano ansie di "carriera" quanto più si capisce che da riformatori si deve divenire riformisti e poi veri e propri conservatori, del tutto cambi perchè nulla
cambi effettivamente (rubo da Sciascia consapevolmente).
Non c'è poliziotto, carabiniere, finanziere, poliziotto penitenziario e forestale di base che, solo si abbia la voglia di ascoltarlo, oggi non senta la necessità - persino gli urgenti stimolo e
la curiosità professionali ed umane - all'unificazione delle forze di polizia.
Una reductio ad unum quale mezzo per una reductio ad unitatem verso un modello di polizia civile, sindacalizzata, democratica e, per questo, efficiente: di un'efficienza che si conquista col
dialogo, quella efficienza che - nella complessità in cui siamo sempre più immersi - riesce a dare i risultati migliori per un'organizzazione soprattutto nel medio e lungo periodo, che riesca ad
analizzare ed elaborare tendenze e possibili strategie di risposta.
Un solo servizio di polizia che consenta l'eliminazione di sprechi, duplicazioni, erronee competizioni, alibi - se mai ve ne siano - alle alte responsabilità in materia giudiziaria o di polizia
di prevenzione; un solo servizio di polizia nazionale per anticipare un dibattito - ineludibile - non improvvisato (come su ronde e poteri ai sindaci) sul federalismo non solo in materia di
sicurezza ma anche in materia penale e processuale penale.
Questo è il filo da tirare oggi, la riforma "alta" da immaginare: ma nessuno ne vuole parlare pubblicamente, nessuno la invoca ma tutti - i vertici - sono pronti a dire, al minimo, che è
impossibile, che non si realizzerà mai oppure ad avversarla esplicitamente al minimo sospetto che possa divenire argomento di discussione finalmente pubblico.
Una riforma questa si che avrebbe la capacità (anzi la necessità) di portarsi con se le altre: una speculazione sull'operatore di polizia, oggi, nella sua dimensione interna ed esterna. Come lo
si vuole, questo nuovo operatore ?
Vogliamo un cittadino a trecentosessanta gradi, aperto ricco e completo, capace di integrazione nella sua società al termine del lavoro, capace di assorbire dunque gli stimoli sociali nella loro
severa complessità e quindi, accettando la contropartita di dover esplicitamente monitorare l'imparzialità di ogni suo singolo atto o provvedimento, abolire la possibilità che il legislatore
ordinario vieti - di nuovo - l'iscrizione a partiti politici ?
Oppure un operatore che non sia solo di una parzialità controllata (anche con meccanismi di spoil system) ma che appaia imparziale ?
E all'interno si vuole un'operatore che sia uno della "massa di manovra" oppure che sia e si senta protagonista, anche tramite la discussione e la critica, del miglioramento dell'organizzazione
di cui fa parte ?
Il diritto individuale all'adesione ad uno sciopero non selvaggio ma regolamento e la conquista della piena libertà sindacale solo in questo modo possono essere intesi e quindi divenire strumenti
di rafforzamento e di completamento della Legge 121/81.
De plano se così fosse si dovrebbe porre mano all'errore che si fece nel delegare ai governi di allora l'emanazione di un Regolamento di disciplina dallo sfondo sostanzialmente militarista e la
cui "umana" applicazione, per cui lo jus corrigendi non sia mera riaffermazione di momenti puramente autorativi, è affidata alla cultura e alla sensibilità di capi ufficio illuminati.
Quello che sento e che vedo è che oggi il sindacato (anche di polizia), questo sindacalismo, rischia di essere rispetto alla sfida - di nuovo riformatrice - che si prospetta inadeguato, timido e
balbettante; arroccato nella difesa di quello che c'è, arroccato nella difesa delle oligarchie.
E allora, tornando all'inizio, come per Presidente della Repubblica, secondo Costituzione, si auspica, piuttosto che l'esternazione, l'utilizzo dei previsti "rinvio alle Camere" o "messaggio alle
Camere" stesse al nostro sindacato va ricordato l'art. 39 Costituzione mai applicato.
Un sindacato che non dà, dunque, garanzie di democrazia interna, anzi che non può fregiarsi dell'appellattivo di democratico finchè non decide di sottostare alle procedure e alle verifiche
costituzionali dell'art. 39.
Il problema, in questa Italia, è di nuovo tutto qui: non democrazia e sottrazione dalle previsioni costituzionali.
Un sindacato i cui indizi sembrano escludere, dunque, che vi sia democratica selezione del merito, delle idee e che anzi tende a sopire proprio le tensioni più riformatrici.
Per quanto tutto ciò sarà ancora possibile ?
Presentazione del
Partito per la tutela dei diritti dei militari. (da radioradicale.it)