E’ finito
il G8; come italiani abbiamo lustrato a lucido l’Aquila, abbiamo presentato al mondo la nostra cartolina migliore compresa la volontà di rialzarsi dalle tragedie dovute alle cosiddette catastrofi
naturali ma occorrerà riflettere che, come sempre più spesso accade, abbiamo messo sotto il tappeto tanto la nostra incapacità di costruire – persino edifici pubblici – con criteri antisismici
quanto la nostra attitudine all’inciviltà e all’assenza, ormai a sistema, di qualsivoglia minima soglia di stato di
diritto.
Insomma
in questo avvio di estate politica, che avrà sicuramente il solito momento di “stop” – quasi assoluto – di agosto, c’è un’incredibile urgenza – che non sarebbe tale in ogni paese minimamente
civile - determinatasi dall’incuria politica ed umana di questa non democrazia italiana.
Non è
quello che da mesi può essere definito, con la solita insipienza, il consueto “allarmismo radicale” ma la questione carceri deve essere affrontata entro la fine dei lavori
parlamentari.
Non è
nemmeno questione di misurare il grado di civiltà (o di inciviltà) di un paese, in un lezioso dibattito parlamentare, ma di fare presto, prima della pausa estiva. I dati e le
cronache sono incontrovertibili.
A ricordarcelo, con parole che non possono che essere sottoscritte, è nientemeno che il Vice Presidente del Consiglio della Magistratura, Nicola Mancino, che dopo aver ricordato i principi
costituzionali che presiedono all’esecuzione della pena (funzione rieducativa, garanzia dell'inviolabilità personale anche nei confronti di chi è sottoposto a
legittime restrizioni della libertà, divieto di trattamenti contrari al senso di umanità), ha recentemente sostenuto che "in tale prospettiva risulta
ancora più evidente la gravità dell'attuale sovraffollamento delle carceri, che, di fatto, si traduce in un ostacolo all'attuazione del percorso rieducativo dei detenuti e, più in generale, alla
realizzazione dei loro diritti fondamentali e, segnatamente, del diritto alla salute".
Anche Rao (Udc), componente della Commissione
Giustizia letteralmente, ha affermato: La situazione nelle carceri italiane è davvero esplosiva.” e ha continuato che di tutti i detenuti: “…oltre il 52 per cento sono persone sottoposte a custodia cautelare in attesa
di giudizio e ciò rappresenta una vera e propria anomalia, una situazione insostenibile sia per i detenuti che per il personale di vigilanza. Per le carceri è necessario evitare la strada dei
facili slogan e annunci poi smentiti, che rischiano di innescare forti tensioni, tipo l’ipotesi di utilizzo dei militari nei penitenziari.”
Il
segretario generale dell'Osapp (Organizzazione sindacale autonoma polizia penitenziaria), Leo Beneduci,ha esortato e ha inviato i propri iscritti ad una mobilitazione generale che potrebbe, a
sostegno delle manifestazioni indette in tutta Italia, prevedere presidi permanenti davanti al ministero della Giustizia, dell’Interno e della Difesa. "Che s’inizi a manifestare autonomamente, che i colleghi inizino a manifestare da soli, senza nemmeno rivolgersi ai sindacati, e assieme ai detenuti, quale segno
tangibile di un malessere che sta dilagando che ad oggi mai si era verificato, dovrebbe far riflettere tanti.”
"Di una questione che noi reputiamo “nazionale” non interessa niente a nessuno e
di qui il bilancio triste che denunciamo. Siamo arrivati - ha continuato Benducci - a superare i 64 mila detenuti; i posti letto scarseggiano e i
reclusi dormono per terra; di nuove strutture non si parla mai e quelle poche, inaugurate quest'anno, non si possono aprire perché manca il personale per gestire perfino i servizi essenziali;
sono mesi che le prestazioni straordinarie, pari al 30 per cento della retribuzione ordinaria, non vengono pagate agli agenti; le condizioni degli istituti, per tutti i penitenziari, sono
peggiorate persino nel rispetto delle regole minime di convivenza; le aggressioni aumentano di giorno in giorno; le faide tra clan sono agevolate dal livello di promiscuità che impera nelle
sezioni; persino le mense hanno ridotto il vitto e modificato in peggio le condizioni alimentari del detenuto e dell’agente".
La situazione è già tragica e a ricordarcelo non sono solo i numeri che pure, però, sono agghiaccianti: innanzi ad una capienza regolamentare (quella oltre la quale si rischia
di fare lettera morta della dignità dei detenuti e soprattutto incorrere nel fatto che la pena consista nei fatti in un trattamento inumano e
degradante) di 43.201 detenuti, in questi giorni abbiamo raggiunto la cifra record 63.789 persone ristrette a vario titolo. Anche l’ulteriore
invenzione del D.A.P. della soglia tollerabile di 63.701 è stata superata e ritmi di ingresso in carcere, con l’attuale politica penale, non sembrano scemare, anzi.
Ma la cronaca dalle carceri, così anche come raccontato dai sindacati di polizia penitenziaria, è ancora più atroce e restituisce il carcere come uno dei luoghi di lavoro più
rischiosi, degradanti e di sofferenza civile ed umana anche per gli operatori.
30 sono
attualmente le carceri dove persiste uno stato di mobilitazione delle diverse sigle dei sindacati di polizia penitenziaria.
Il
carcere milanese di San Vittore, “rappresenta una vergogna nazionale, un istituto penitenziario non degno di un paese civile come l’Italia”. La
denuncia è del segretario generale della UIL PA Penitenziari Eugenio Sarno, dopo una visita nel carcere: “In celle pensate per una persona, ne trovano
ospitalità sei, in celle da tre ne sono stipati otto-dieci. Spesso l’unica posizione consentita è quella orizzontale, stesi sui letti. Mancano gli spazi fisici. La struttura è obsoleta,
fatiscente...Il personale è costretto a lavorare in condizioni pessime, e ogni giorno aumentano le tensioni e i rischi di rivolta”.
Nel carcere di Poggioreale, a Napoli, il più affollato d’Europa, 2700
detenuti sono stipati in celle che ne dovrebbero ospitare non più di 1300. Nel carcere di Venezia vi sono quattro detenuti nelle celle
“singole”, fino a otto, i detenuti stipati in quelle che ne dovrebbero ospitare tre. A Ravenna il
sovraffollamento è del 300 per cento: 60 i posti disponibili, 180 i detenuti. A Bolzano, poi, i detenuti occupano praticamente tutto lo
spazio disponibile del carcere. In un’unica cella stipati fino a dodici detenuti.
Addirittura carcere dell’Ucciardone di Palermo i posti letto sono
378, ma i detenuti nel 2008 sono arrivati a essere anche 718 detenuti. In alcune celle da quattro, dormono in dodici, in grappoli di quattro letti a castello. Per dormire si fanno i turni tra il
giorno e la notte. I bagni alla turca sono spesso tappati con bottiglioni di vetri, per evitare che i topi che escono dalle fognature fatiscenti invadano le celle.
Analoghe condizioni di sovraffollamento ci sono a Brescia, uno degli istituti, secondo l’associazione Antigone e il garante dei diritti dei detenuti di quella città, più vecchi e fatiscenti di Italia. Così è
un po’ in tutta Italia.
All’interno del carcere di Padova “Due Palazzi” c’è l’allarme scarafaggi
mentre a Sassari ai detenuti fanno compagnia i topi, che escono dai cessi alla turca. “Noi e i
topi”, raccontano i detenuti, “restiamo chiusi in quella cella per 22 ore al giorno”.
Il capitolo delle morti e dei suicidi negli istituti di reclusione e pena è altrettanto imbarazzante per il nostro paese.
Vicende, riassunte arbitrariamente dal sottoscritto, ma che sono credibilissime solo se per un attimo si pensa che il nostro sistema penale (sostanziale, processuale e di esecuzione nel complesso) riesce a tenere in carcere una somma di più della metà dei detenuti che è in custodia cautelare (quindi "presunto
innocente") e, tra i condannati, ben 9.000 hanno pene inferiori a 1 anno.
Francesco Morelli per conto dell’associazione “Ristretti
orizzonti” ha curato un dettagliato dossier, che sfata molti luoghi comuni. I primi sei mesi dell'anno 2009 si chiudono con un bilancio da "bollettino di guerra" per le carceri italiane: in 181
giorni sono morti 89 detenuti (1 ogni 2 giorni, in media) e 34 di loro si sono suicidati; in 10 anni (2000-2009) i "morti di carcere" sono stati 1.449. Nello stesso periodo i detenuti suicidi
sono stati 514, con un massimo storico nel 2001 (69 casi), che quest'anno "rischia" anch'esso di essere oltrepassato.
Da
Imperia ci arriva l’ennesima notizia di un tentativo di suicidio e il Sappe (sindacato della Polizia Penitenziaria) denuncia che : "La Polizia Penitenziaria imperiese deve fare i conti con l’ottusità
gestionale dei vertici dell’amministrazione penitenziaria. Cinque detenuti evasi, innumerevoli risse, aggressioni e proteste interne (ricordando anche la memoria del un collega suicida), ed oggi
il tentativo suicidio di un detenuto (salvato solo grazie alla tempestività della Polizia Penitenziaria) non bastano per convincere l’Amministrazione penitenziaria ad adottare urgenti misure per
arginare e fronteggiare l’emergenza carceri in atto ad Imperia ed in tutta la Liguria".
Infatti il clima in questa situazione di affollamento, dove le carni si accalcano e
offuscano ogni umanità, presto diviene disperazione poiché le persone sono rese prive di ogni elementare diritto e dignità: il risentimento e la
violenza possono scatenarsi alla minima scintilla.
L’informazione di un’altra morte poco chiara ci viene, da Sollicciano dove una donna di 35
anni, sembra sia morta per “cause naturali”, ma cosa può significare “naturali” in un universo come quello carcerario italiano? I primi esami dicono che il corpo non presentava segni di violenza.
Fatto è che una persona, ancora una volta, entra viva in una struttura dello Stato, e ne esce morta. L’ultima di una lunga serie.
Valter Vecellio in un suo editoriale per Notizie Radicali ci dice, infatti,
che “Vincenzo Nappo, si è ucciso il 9 giugno: era internato nell'Opg di Aversa e affetto da un grave tumore che lo aveva molto debilitato; Anna Nuvoloni,
seminferma di mente, rinchiusa nel reparto "Casa di Cura e Custodia" del carcere di Sollicciano, è morta (sembra) soffocata da una mozzarella (!?).”
Le soluzioni. Azzardiamo che se non si avrà il coraggio subito, cioè nelle prossime ore, di immaginare una riforma che perlomeno costituisca il rilancio normativo di un sistema
di depenalizzazione per i reati minori, la riduzione dei tempi di custodia cautelare, la valorizzazione sistematica e non solo premiale delle misure alternative al
carcere e la riduzione delle pene, mediante sostenute discipline premiali di tipo sostanziale (le c.d. circostanze attenuanti) per chi commette fatti di lieve o lievissima entità si dovrà per forza calendarizzare, in brevissimo tempo, un provvedimento di indulto ed amnistia che, rispetto a questo dramma, ci faccia di nuovo guadagnare
tempo in vista di una riforma complessiva della giustizia
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