L’ennesimo incidente sul
lavoro, quello avvenuto La Spezia dove due operai hanno perso la vita dopo essere caduti in una vasca per depurazione, ripropone, con forza, il tema della sicurezza sul posto di
lavoro.
Certo adesso è il momento del
dolore, dello stringersi attorno a familiari ed amici dei lavoratori deceduti, ma proprio in questi momenti, con serenità d’animo, questa grave questione andrebbe affrontata.
Può essere affrontata con il
solito schema, col solito riflesso, che comunque non va demonizzato: quello del miglioramento delle forme di controllo penale o amministrativo da parte delle agenzie statali sulle rispetto delle
policies aziendali relative alle procedure e agli obiettivi minimi di salvaguardia di sicurezza e salubrità degli ambienti in cui si lavora.
L’approccio però non sembra
essere sufficiente, soprattutto quando va a cozzare contro le risorse pubbliche, sempre più esigue, destinate ai controlli effettivi dell’impresa privata.
A fronte di un numero di vittime sul lavoro (1207 nel 2007 e 1140 nel 2008 -
compresi i lavoratori deceduti per incidenti stradali) che è nella media europea ma nettamente al di sopra di paesi decisamente più virtuosi come il Regno Unito e la Svezia – a cui ci si dovrebbe
ispirare - è necessario provvedere ad una riforma del sistema e, magari, conservando lo Stato un ruolo di regolazione e controllo rispetto ai
comportamenti dei privati – far fare al mercato regolato quello che proprio lo Stato non sembra riuscire a compiere con una certa efficacia.
Infatti in Svezia, i morti (al netto degli incidenti stradali) sono meno della metà che da noi: uno all’anno ogni 100.000 occupati. In Danimarca e nel
Regno Unito i corrispondenti valori sono 1,1 e 1,4 rispettivamente. E in ognuno di questi paesi si sta lavorando per migliorare ulteriormente la situazione.
In particolare mi riferisco
all’INAIL e alla sua funzione, già giudicata ampiamente dall’Autorità Garante della Concorrenza nel Mercato – secondo i criteri stabiliti dalla Corte di Giustizia Europea – quale ampiamente di
stampo privatistico di copertura assicurativa obbligatoria ma, soprattutto, monopolistica nei confronti degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali.
Che il sistema dell’INAIL, in
questa sua versione statalista e per questo ingombrante, burocratica e difficilmente efficace, fosse in continuità con un regime precedente, quello odioso fascista, più che costituisse
un’autentica novità ordinamentale costituzionale si doveva, necessariamente, sospettarlo dalla sua storia.
L’Istituto Nazionale per
l'Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro è infatti un ente pubblico non economico, oggi impiega circa dodicimila dipendenti, istituito nel 1933 con lo scopo di tutelare, dal punto
di vista assicurativo, le vittime degli infortuni sul lavoro. Nato come INFAIL (acronimo di Istituto Nazionale Fascista per l'Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro) venne
solo e semplicemente rinominato INAIL nel 1943, dopo la caduta del fascismo.
Un lascito, meglio un ennesimo
portato, di quella storia che resiste, evidentemente, ammorbando ulteriormente anche questo sessantennio partitocratico.
Senza alcuno schematismo
dogmatico ma nemmeno lasciandosi tentare per questo da un appiattimento rispetto ad uno status quo difficilmente accettabile c’è da prevedere che il
superamento dell’obbligo a contrarre con l’INAIL e cioè l’abolizione del monopolio assicurativo di quest’ultimo potrebbe portare a dinamiche di tipo virtuoso.
Fermo restando l’obbligatorietà
dell’assicurazione, la prima e la più immediatamente intuibile dinamica sarebbe quella relativa alla tendenza di un mercato assicurativo, comunque da regolare e sorvegliare, a fornire valutazioni
di rischio effettivamente connesse al danno, all’ipotesi di concretizzazione del danno.
A premi alti corrisponderebbero
rischi alti poiché le compagnie assicurative dovrebbero immaginare, in tal caso, l’esborso – magari anche plurimo – di risarcimenti molto alti nei confronti dei lavoratori danneggiati o dei loro
familiari.
“Come in tutti gli altri settori economici, introdurre il mercato in questo campo significa introdurre il
criterio del merito.
Le coperture
assicurative devono essere più o meno costose in funzione del rischio cui i lavoratori sono esposti. Nella concorrenza fra imprese di assicurazione, vince chi riesce a fare il prezzo giusto per
ogni tipo di rischio. È difficile pensare ad un meccanismo più efficace per indurre i datori di lavoro a misurare i rischi e a investire davvero nella prevenzione.” (IBL- sez. Lavoro di “Liberare l’Italia. Manuale delle riforme per la XVI legislatura”)
Un organismo pubblico, invece, per quanto bravi possano esserne i suoi dirigenti, funzionari e dipendenti, non potrà mai addivenire ad una seria e
ponderata valutazione dei rischi come possono e debbono fare le compagnie private.
Tanto vero questo che l’Inail,
in questi anni, solo in casi percentuali che si contano sulle dita di una mano è riuscita a rivalersi nei confronti del datore di lavoro e cioè a dimostrare una qualsivoglia responsabilità
omissiva o commissiva dell’imprenditore o dei suoi alti dirigenti nel mancato rispetto delle regole.
Tali rivalse ammontano solo al
5 % del totale delle prestazioni e sono perfettamente in linea con quelle degli altri paesi europei dove ancora vige il monopolio pubblico assicurativo (come la Germania).
Ad oggi anche alcuni casi
paradigmatici e tragici come quello, tristemente noto, della Thyssenkrupp sembrano confermare la bontà della direzione che si può intraprendere con l’abolizione del monopolio
INAIL.
Risulta, infatti, dalla stampa (“La Repubblica” del 28 dicembre 2007) che, nel corso di un ispezione, si sarebbe rinvenuto un documento di una compagnia di assicurazione privata che chiedeva alla ThyssenKrupp di mettere in sicurezza la
linea 5.
Altrimenti, ai fini della copertura per la responsabilità civile verso i dipendenti, sarebbe scattato un forte aumento del tasso di premio, nella forma
di una franchigia pari a 100 milioni, anziché a 30. Se quella stessa compagnia privata avesse dovuto fornire la copertura infortuni (ossia la copertura che oggi è monopolio Inail e che prevede un
indennizzo anche quando non vi sia alcuna responsabilità del datore di lavoro), forse la Thyssen sarebbe stata costretta a provvedere.
L’azienda privata si troverebbe così innanzi ad un bivio: continuare a pagare premi alti e vedersi applicate franchigie alte oppure mettere i propri
impianti, le attrezzature, i luoghi di lavoro e, in definitiva, i lavoratori al sicuro investendo magari in un processo, da non considerare sempre come un costo, che potrebbe portare anche ad un
aumento della sua produttività.
Lo Stato nel campo assicurativo potrebbe svolgere un compito residuale e cioè coprire con la sua attività le cosiddette “zone grigie” e cioè quelle zone
laddove il mercato assicurativo obbligatorio si ipotizzi non riuscirà ad essere completamente performante.
Continuare, ad esempio, a fornire la sua opera assicurativa nei confronti delle aziende per le quali le compagnie
private rifiutano la polizza (ed un obbligo di comunicazione dell’avvenuta o della non avvenuta assicurazione avrebbe la capacità di far scattare anche controlli e forme di consulenza più mirati
di quelli che vi sono adesso) nonché la gestione di un Fondo per le Vittime del Lavoro, da istituire, in grado di coprire quegli eventi (infortuni mortali o malattie professionali) di imprese
private che, contro obbligo, non provvedono a stipulare alcuna assicurazione potrebbe, insieme ai controlli e agli aspetti più propriamente sanzionatori, essere la prospettiva di una riforma
in progress e gradualmente intelligente ma che soprattutto non lasci nessun lavoratore effettivamente indietro rispetto a forme di tutela.
Abolire il monopolio INAIL è una riforma che si può fare, di buon senso e che la Corte Costituzionale già rifiutò nel 1999 dichiarando, incredibilmente
inamissibile, il referendum radicale.
Anche di questo si potrà/dovrà parlare a Chianciano.
bisogna avere una strategia per un risanamento strutturale, equilibrato e a lungo termine.
in Svizzera a seconda del campo d'attività, i dipendenti vanno assicurati presso l'Istituto nazionale svizzero di assicurazione contro gli infortuni (SUVA) o presso altri assicuratori autorizzati (assicurazioni private, casse malati, casse pubbliche d'assicurazione infortuni)....ma le cose non vanno bene e il debito aumenta di 4 milioni di franchi al giorno.
saluti